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la pandemia la scienza e l'informazione


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TICINO ECONOMICO

La pandemia, la scienza e l’informazione

A cura di Fabio Pontiggia, Direttore responsabile del Corriere del Ticino

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova anche il mestiere di chi pubblica notizie - L’esigenza di attenersi ai fatti e di premiare le competenze, il rischio di cedere alla tentazione del giudicare senza conoscere.

Prendono una brutta piega l’informazione e il dibattito sulla pandemia. Al di là dei numeri, allarmanti per alcuni, tranquillizzanti per altri, vediamo contrapporsi sempre più le opposte tifoserie, come se su una realtà come quella della COVID-19 avesse senso fare i tifosi. La società della comunicazione non riesce ad affrontare con pacatezza e serietà nemmeno un’emergenza come questa. Bisogna dire che gli addetti ai lavori (virologi, infettivologi, epidemiologi e altri esperti) non aiutano. Tutt’altro. In questi mesi ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori. Si pensava che la pandemia potesse segnare la rivincita dei fatti e delle competenze sulle mistificazioni e sull’approssimazione. Bisogna ricredersi. Stiamo scivolando verso gli opposti estremismi o fanatismi: da un lato chi scende in piazza contestando tutto, anche le evidenze scientifiche, dall’altro lato chi ipotizza scenari catastrofici e distribuisce con grande facilità l’infamante etichetta del “negazionista” a tutti coloro che non si allineano acriticamente alle misure restrittive sollecitate dagli addetti ai lavori. Quando tutto sarà finalmente alle nostre spalle, e prima o poi lo sarà (speriamo più prima che poi; del resto, un secolo fa, in un mondo più prostrato, con un sistema sanitario molto meno diffuso e di qualità e con una

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medicina assai meno progredita, il virus della spagnola scomparve dai radar dopo un paio d’anni e dopo aver fatto infinitamente più vittime del SARS-CoV-2), dovremo esaminare criticamente, o per meglio dire autocriticamente, tutta l’informazione fatta sulla pandemia. Lo si è detto: un’emergenza sanitaria dovrebbe segnare la rivincita dei fatti. Il virus è un organismo visibile al microscopio, non è una teoria. È presente qui e ora, non è un’ipotesi per il futuro. Nella pandemia il fatto dovrebbe imporsi come dominus dell’informazione, scalzando tutte le teorie da avanspettacolo che spesso seducono il mestiere di informare, cioè di pubblicare notizie. La notizia è il resoconto di un fatto. Informare vuol dire rendere conto di ciò che accade, mettere il pubblico che legge, ascolta, vede, in condizione di conoscere ciò che accade. Informare significa trasmettere la conoscenza dei fatti. Niente di più e niente di meno. Per fare questo, quando i fatti sono complicati e richiedono competenze specifiche per essere conosciuti, bisogna far capo a competenze specifiche. Il giornalista non è in grado di dire come il virus SARS-CoV-2 agisce nell’organismo umano: deve farselo spiegare da un virologo. Per questo, la competenza ritrova il suo posto e il suo ruolo in una

SETTEMBRE 2020

pandemia come questa. In sé, non dovrebbe nemmeno stupire che gli addetti ai lavori dicano cose diverse gli uni dagli altri e persino che cambino le loro diagnosi e i loro giudizi col passare delle settimane. Sulla COVID-19 ci sono fatti che la scienza non ha ancora ben chiarito o non ha chiarito del tutto. Per spiegarli formula ipotesi, in attesa che le evidenze scientificamente rilevate e accertate, le confortino o le confutino. È il metodo popperiano dei tentativi e degli errori, della falsificabilità di qualsiasi teoria scientifica. Se una teoria non è verificabile, non è scienza: è ideologia o è dogma. Sulle ipotesi è bene, è necessario, che ci sia confronto. Civile e corretto, non da tifosi. Ben coscienti che la verità non sorge da una votazione o da un sondaggio sul gradimento di questa o quella ipotesi, sulla conta di quanti scienziati si schierano per questa o per quella ipotesi, ma solo e soltanto dalla verifica dei fatti, da quanto un’ipotesi trovi conforto nei dati, oggettivamente rilevati, misurabili e replicabili. È il contrario del derby ingaggiato sulle teorie, cioè sulle ipotesi relative alle cause, dei cambiamenti climatici, in cui i

Nella vita non contano i passi che fai... ...né le scarpe che indossi, ma le impronte che lasci.

Roberta Frigerio | Direttrice ARENT SA Via Luganetto 4 | CP 433 | CH-6962 Viganello-Lugano Tel. +41 91 9735880 | Fax + 41 91 9735881 [email protected] | www.arentsa.ch Membro dell’Unione Svizzera dei Fiduciari STV|USF

tifosi di una teoria (quella delle cause antropiche) fanno valere il fatto di essere in maggioranza (il famoso 97%, che tra l’altro è una bufala). Sul virus non si può barare: perché è qui tra noi, come detto lo si può vedere al microscopio, misurare, identificare, vederlo in azione, come agisce nel corpo umano. Compito di chi fa informazione è dare conto di ciò e, per quanto i fatti non siano ancora chiariti dalla scienza, dare conto delle diverse ipotesi su fatti non ancora spiegati. Non è compito del giornalista sostituirsi al medico e allo scienziato, perché il giornalista non ha la formazione e quindi non ha la competenza per sostituirsi al medico e allo scienziato (esattamente come il medico e lo scienziato non hanno le competenze per sostituirsi al giornalista). Per questa ragione i fatti scientifici della pandemia non andrebbero commentati: cosa ci importa quale parere abbia un giornalista sull’uso della mascherina se non sa nemmeno spiegare come il virus agisce o come passa o non passa dal tessuto con cui è fatta la mascherina? E invece l’informazione, molte, troppe volte, è caduta nella tentazione. Un giorno saprà fare autocritica?